Martedì, le nove e un quarto, la saletta riunioni di un servizio per anziani in Brianza dove lavoro da qualche anno. Al tavolo il medico, la psicologa, la fisioterapista, la coordinatrice infermieristica, due educatori e io. Cartelle aperte, bicchierini del caffè che nessuno butta. Si passano in rassegna le persone del secondo piano e, quando arriva il nome della signora che chiamerò A., parlano tutti con ordine: il medico dice pressione e sonno, la fisioterapista dice cammino e paura di cadere, la psicologa dice umore e una figlia che viene meno spesso. Poi la coordinatrice si volta: «Paolo, tu?».
Sono l'unico al tavolo che non ha una divisa di nessun tipo. Non è una posa: l'ho raccontato in una vecchia puntata del podcast, non ho bisogno di riconoscermi nella categoria medicale o psicologica per sentire che ciò che faccio ha un senso, mi sento un musicista che frequenta contesti clinici. Ma quel «Paolo, tu?» pesa. Ho un minuto, forse meno. E in quel minuto, ogni martedì, decido che lingua parlare.
A luglio 2026 mi sono chiesto chi accorda l'accordatore: era la metà interna di una domanda. Questa è la metà esterna. Come resto accordato quando suono in un'orchestra dove tutti gli altri leggono uno spartito diverso dal mio?
Che cosa mi tenta, quando tocca a me?
Due cose, e le conosco bene perché ci sono caduto in tutte e due.
La prima è il silenzio travestito da risposta. «Ha partecipato volentieri, era tranquilla, ha cantato.» Tutto vero, tutti annuiscono, nessuno chiede altro. È la frase di chi sceglie di dire solo ciò che gli altri capiscono già; nessuno la contesta perché non contiene niente da contestare.
La seconda è più sottile e più lusinghiera: la traduzione totale. «Abbiamo lavorato sull'orientamento temporale e sulla regolazione emotiva, con un incremento della partecipazione attiva.» Anche questo è vero. Il medico prende nota, la psicologa mi guarda con un'aria nuova, io torno a casa con la sensazione di essere stato finalmente preso sul serio. Solo che nel verbale la musica è sparita. Nessuno saprà mai che la signora A. ha rallentato e abbassato la voce su una parola precisa.
Ecco il punto. In équipe il rischio non è di non essere accettati: è di essere accettati al prezzo di parlare la lingua degli altri. Quando succede, il servizio guadagna un operatore in più che dice le stesse cose degli altri con strumenti più ingombranti, e perde l'unica persona che sapeva cosa stava succedendo nella musica.
Nel 2019, in un post, ci chiamavo «musicimigranti»: gente destinata a vagare in cerca di una terra dove sentirsi a casa. E chi cerca una terra accetta il passaporto che gli offrono, anche se sopra c'è scritto un nome che non è il suo. Non è una tentazione di oggi: già nel 2010 Postacchini e Spaccazocchi scrivevano che da anni il mondo della musicoterapia «si sta impegnando per disegnarsi addosso un abito sempre più scientifico». Un abito, appunto, e ce lo cuciamo da soli: in un documento che l'Associazione Italiana Professionisti della Musicoterapia (AIM) ha depositato al Ministero, la musicoterapia è «risorsa complementare aggiuntiva», da impiegare «esclusivamente su indicazione e sotto la responsabilità di personale sanitario». Un articolo uscito a settembre 2026 sulle cure palliative (Iturri e colleghi) sostiene che queste etichette, complementare, adiuvante, non farmacologico, possono in certi contesti rendere ambiguo il nostro raggio d'azione. Le parole con cui chiediamo di entrare sono le stesse che, una volta dentro, ci rendono illeggibili.
Sono io che sbaglio qualcosa, o succede a tutti?
Succede a tutti, e qualcuno l'ha misurato.
Alison Ledger ha seguito dodici musicoterapeuti che avevano aperto da zero il servizio di musicoterapia, i primi nel loro posto, in cinque paesi. Raccontano le stesse cose: isolamento, insicurezza, un ruolo che gli altri non riescono a mettere a fuoco, un po' di resistenza da parte di équipe già rodate. La sua tesi di dottorato si intitola Am I a founder or am I a fraud?, sono un fondatore o un impostore, e chi ha aperto un servizio da zero sa di che cosa parla. Ma la lettura che ne dà con i colleghi è liberatoria: è la traiettoria normale di ogni professione nuova che entra in un gruppo già fatto. Non è un vostro difetto, è fisica dei gruppi.
Fiore e colleghi, nel 2023, hanno chiesto alle équipe di hospice come vedono il musicoterapeuta. Su venticinque compiti, in tredici la pensano diversamente dai musicoterapeuti stessi; ci apprezzano soprattutto come «una distrazione dal dolore»; e spesso alla riunione d'équipe il musicoterapeuta non c'è proprio. Il titolo dell'articolo, A seat at the table, dice tutto. Io il posto a tavola l'ho, ed è proprio per questo che la domanda su che lingua parlarci mi riguarda.
Kantor e colleghi, nel 2024, hanno interrogato 439 musicoterapeuti in cinque paesi europei e in Israele: molto soddisfatti del mestiere, meno delle interazioni con l'équipe e dello status percepito. Amiamo quello che facciamo e fatichiamo con il posto che occupiamo. Del resto già nel 2000 Hills e colleghi avevano notato che chi lavora in équipe ha più senso di realizzazione degli altri, eppure continua a «identificarsi più con la professione che con l'équipe». A me non sembra un problema. Mi sembra un uccello nello stormo, e allo stormo arrivo fra poco.
E allora, che lingua parlo?
La mia, come dato clinico. Non è una scorciatoia, è la strada più lunga.
Quel martedì ho detto più o meno così: «Ha cantato tre strofe di Quel mazzolin di fiori a tempo, senza che la trascinassi io. Nella seconda strofa ha rallentato e ha abbassato la voce sulla parola "mamma", poi ha cercato il mio sguardo alla ripresa. Ha tenuto il tempo con la mano sinistra sulla coscia, per tutta la durata.» La fisioterapista ha alzato la testa: la sinistra è la mano che, secondo lei, la signora A. non usa. La psicologa ha chiesto della figlia. Il medico ha scritto qualcosa. Non ho tradotto la musica nella loro lingua: ho descritto la musica con precisione, e sono stati loro a trovarci dentro le loro domande.
È quello che in un'altra puntata chiamavo il ritratto sonoro: vi dico cosa osservo io da musicista, e poi lo condividiamo in un sano e paritetico scambio di competenze specifiche. Osservazione, non inferenza. Rallentare, abbassare, cercare lo sguardo, tenere il tempo: sono fatti, chiunque al tavolo può prenderli e usarli. Orii McDermott, in un editoriale del Nordic Journal of Music Therapy, scrive che abbiamo la responsabilità collettiva di articolare la nostra conoscenza implicita. Aggiungo io: in parole che gli altri possano usare. Articolare, non tradurre. Un traduttore che cancella l'originale non è un traduttore: è un sostituto.
Vale anche al contrario, però. Se pretendo che i colleghi imparino a leggere il mio ritratto sonoro, devo saper leggere il loro: il punteggio di una scala nella cartella, cosa sta misurando la fisioterapista quando dice «cammino», cosa intende la psicologa con «umore». Ci ho scritto sopra un volume intero, Gli strumenti degli altri, e il titolo dice già tutto: non sono io a somministrarli, ma li devo saper leggere, per «partecipare al ragionamento clinico d'équipe come professionista e non come ospite». La regola che mi sono dato è semplice: in ogni progetto almeno una misura che parli al contesto, e almeno una che veda la musica. La prima la scelgo tra i loro strumenti, la seconda tra i nostri. Nessuna delle due basta da sola.
Qui devo dichiarare un conflitto d'interessi, come sempre: quel volume e il manuale che sto per citare li ho scritti io, lavoro in équipe e insegno queste cose al Conservatorio di Verona, quindi ho tutto l'interesse a credere che funzionino. Nella mappa delle competenze, alla voce «integrazione interdisciplinare», la riga degli atteggiamenti è una scala di quattro gradini. In basso chi «vede l'équipe come fonte di direttive da seguire» e alle riunioni partecipa come uditore. Poi chi «mostra apertura alla reciprocità di competenze». Poi chi «promuove linguaggio comune, evita gerarchizzazioni disciplina-centriche». In alto chi fa da portavoce della persona e della famiglia e modella una cultura di collaborazione. E qui una cosa conta più di tutte: la lingua comune sta al terzo gradino, non al primo, e si promuove, non si adotta. Non è la lingua degli altri imparata in fretta per farsi ammettere. È una lingua che si costruisce insieme, un martedì alla volta.
Lo stesso manuale dice che il cuore dell'identità del musicoterapeuta sta nella competenza clinico-terapeutica, quella che trasforma un musicista in un professionista della salute e dell'educazione. E il podcast del 2020 diceva che mi sento un musicista che frequenta contesti clinici. Mi contraddico? No. Il musicista è chi sono; la competenza clinica è ciò che porto al tavolo. Se lascio a casa il primo, al tavolo non porto niente che gli altri non abbiano già.
Sempre nel 2019 ho scritto un post davanti alla foto di uno stormo. Diceva che noi siamo parti, piccole porzioni di una dimensione che non possederemo mai nel suo complesso, predisposti al lavoro d'équipe. E che negli stormi nessuno si scontra, ma nessuno si prende per mano: gli uccelli tengono lo spazio. La lingua comune è quello spazio, non la sua cancellazione. Per questo, quando una seduta non va, il primo punto della mia checklist non è «che cosa ho suonato male» ma «mi sono confrontato adeguatamente con l'équipe che ha in carico questa persona?». Gli obiettivi si condividono prima, altrimenti la musica resta ispirazione del momento: bellissima, e inutile per gli altri sei al tavolo.
L'identità va difesa?
No. Si esercita.
Difendere la musicoterapia mi ha stancato da un pezzo: si difende male, con la voce alta e le spalle strette. E poi, l'avevo già scritto nel 2019: il mio avversario professionale non era il primario o lo psicoterapeuta della porta accanto. L'équipe non è il nemico. È il posto dove la musica trova orecchie diverse dalle mie, e dove io scopro una mano sinistra di cui non sapevo niente. Ken Bruscia, quello delle 102 definizioni, riprende da Gary Ansdell l'espressione «definition anxiety»: la paura di non essere abbastanza legittimi finché non troviamo le parole giuste per rappresentarci. Forse la cura è smettere di cercare la parola giusta e cominciare a descrivere bene la cosa vera. Sul resto, la Legge 4/2013, la norma UNI, il riconoscimento che non arriva, ho già messo tutto in fila in una monografia e non ci torno.
La musicoterapia c'è, nonostante tutto. C'è ogni martedì alle nove e un quarto, quando tocca a me e scelgo di parlare da musicista, con precisione.
E voi, quando tocca a voi, che lingua parlate? Quante volte, per farvi capire, avete lasciato la musica fuori dalla porta?
Fonti
- AIM – Associazione Italiana Professionisti della Musicoterapia. (s.d.). Allegato 2 – Elenco delle associazioni professionali, Sezione I [documento depositato presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ai sensi della L. 4/2013]. MIMIT. https://www.mimit.gov.it/images/stories/documenti/AIM_Allegato2ssoc.pdf
- Bruscia, K. E. (2014). Defining music therapy (3ª ed.). Barcelona Publishers. https://barcelonapublishers.com/defining-music-therapy-3rd-edition
- Caneva, P. A. (2025). Diventare Musicoterapeuta Esperto. Una mappa completa per la pratica professionale (CC BY-NC-SA 4.0). Edizione dell'autore. https://www.canevapaolo.it/risorse/diventare-musicoterapeuta-esperto.html
- Caneva, P. A. (2026a). Gli strumenti degli altri. Test, scale e dialogo d'équipe (Il mestiere si impara, vol. 5; CC BY-NC-SA 4.0). Edizione dell'autore. https://www.canevapaolo.it/risorse/gli-strumenti-degli-altri.html
- Caneva, P. A. (2026b). Professione musicoterapeuta in Italia. Quadro normativo, standard qualitativi e prospettive future (CC BY-NC-SA 4.0). Edizione dell'autore. https://www.canevapaolo.it/risorse/professione-musicoterapeuta-in-italia.html
- Fiore, J., Ridgway, K., & Buttermore, A. (2023). A seat at the table for music therapy: Perceptions of music therapy within the hospice interdisciplinary team. Music Therapy Perspectives, 41(2), 123–134. https://doi.org/10.1093/mtp/miad011
- Hills, B., Norman, I., & Forster, L. (2000). A study of burnout and multidisciplinary team-working amongst professional music therapists. British Journal of Music Therapy, 14(1), 32–40. https://doi.org/10.1177/135945750001400104
- Iturri, A., Najún, M., Vazquez, N., & Alonso-Babarro, A. (2026). Palliative music therapy: Disciplinary identity and challenges for clinical integration. Journal of Palliative Medicine, pubblicazione anticipata online. https://doi.org/10.1177/10966218261486532
- Kantor, J., Wiess, C., Dassa, A., Li, J., Gilboa, A., Mercadal-Brotons, M., Frank-Bleckwedel, E., Kaczynski, E., Roelcke, B., & Sabbatella, P. (2024). Music therapists' job satisfaction and related factors: A cross-sectional survey in five European countries and Israel. Journal of Music Therapy, 61(4), 364–385. https://doi.org/10.1093/jmt/thae016
- Ledger, A. (2010). Am I a founder or am I a fraud? Music therapists' experiences of developing services in healthcare organizations [Tesi di dottorato, University of Limerick]. http://hdl.handle.net/10344/1131
- Ledger, A., Edwards, J., & Morley, M. (2013). A change management perspective on the introduction of music therapy to interprofessional teams. Journal of Health Organization and Management, 27(6), 714–732. https://doi.org/10.1108/jhom-04-2012-0068
- McDermott, O. (2023). 'Getting to know you through music.' Music therapists' unique ways of 'knowing' their clients and our collective responsibilities to articulate our implicit knowledge. Nordic Journal of Music Therapy, 32(1), 1–3. https://doi.org/10.1080/08098131.2022.2152238
- Postacchini, P. L., & Spaccazocchi, M. (2010). Musicoterapia. Scientifica o umana? Musica et Terapia, (21), 2–9. http://musicaterapia.it/wp-content/uploads/2012/03/MUSICOTERAPIA-21_picc-1.pdf