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Pensiero / Il mestiere

Il musicoterapeuta è un musicista funzionale


Sarà che siamo ormai prossimi all'estate, sarà che ho cliccato una volta di troppo su un paio di scarpe da ginnastica, sta di fatto che da settimane il cellulare mi perseguita con una sola, martellante domanda: sei in forma? I muscoli sono tonici? Pronto per la bella stagione? Squat di qui, addominali di là, plank, affondi, la app che ti conta i passi e ti fa pure i complimenti. Trenta giorni e cambi vita.

E mentre scorro tutto questo ben di Dio motivazionale, mi viene da sorridere e pensare una cosa: per la mia musicalità, una palestra così, nessuno me l'ha mai proposta.

Eppure è di quello che vivo. Faccio musicoterapia da più di trent'anni, e se c'è una cosa che ho imparato è che lo strumento principale, in una seduta, non è il pianoforte da cui sono partito, e nemmeno la fisarmonica — l'ultimo strumento che ho imparato, quello che oggi mi accompagna in un paese della Brianza, tra le persone anziane e chi convive con una demenza. Lo strumento sono io. La mia musicalità. Le mie mani, la chitarra e le percussioni che negli anni ho imparato a far funzionare, la mia voce — quella con cui ho combattuto la battaglia più dura, ma quella è un'altra storia — il mio orecchio, la mia capacità di stare a tempo con un'altra persona. E uno strumento, lo sappiamo tutti, se non lo tieni in forma si arrugginisce.

Quello che vorrei provare a dirvi oggi, con calma, è una cosa sola: il musicoterapeuta è prima di tutto un musicista. Non un musicista qualsiasi, però. Un musicista funzionale.

E qui mi tocca il «no». Perché qualcuno, leggendo «musicista», penserà subito al virtuoso. A quello che entra in stanza e fa il fenomeno, che suona difficile, che aspetta l'applauso. No. Le persone con cui lavoriamo non sono il nostro pubblico, non sono lì per misurare quanto siamo bravi. Se trasformo la seduta nel mio concertino, ho sbagliato mestiere — e me lo dico, sia chiaro, l'ho imparato sbagliando io per primo.

Ma attenzione, perché il rovescio è altrettanto bugiardo. Per anni in Italia è circolato un pensiero sottotraccia, mai detto a voce alta: che tanto, in fondo, le competenze musicali in musicoterapia non servono poi così tanto. Che basta «la relazione». E così abbiamo coperto con una parola nobile una verità più scomoda: a volte si stava in silenzio non per scelta, ma perché non si sapeva cosa suonare.

Il musicista funzionale sta esattamente nel mezzo. Né il solista che si esibisce, né quello che tace per imbarazzo. È uno che coltiva ogni giorno la propria musicalità — il repertorio, l'improvvisazione, la voce, l'orecchio — e poi la mette tutta al servizio di qualcos'altro. Al servizio della relazione. Al servizio di un obiettivo che non mi sono inventato la mattina sotto la doccia, ma che ho condiviso con la famiglia, con l'equipe, con chi quella persona la conosce meglio di me. La mia musicalità non è lì per brillare: è lì per funzionare. Per accordarsi a chi ho davanti.

E sapete una cosa? Non lo dico mica solo io. Proprio in questi mesi, a livello internazionale, escono diversi libri nuovi sull'improvvisazione in musicoterapia — e quando un tema torna così, tutto insieme, di solito vuol dire che tocca un nervo.

Uno l'ho già segnato per leggerlo: si intitola Improvisation in Music Therapy, lo firmano Nicky Haire e Becky Lockett per Jessica Kingsley Publishers. E Jessica Kingsley, per noi clinici, non è un editore qualunque: è un po' la casa madre dei nostri libri in inglese — quella di Bruscia, di Wigram e del suo storico manuale sull'improvvisazione del 2004. Insomma, non l'ultima arrivata. Haire insegna a Edimburgo, da vent'anni fa la musicista, la terapeuta e la docente, e lavora anche con persone che convivono con una demenza: parliamo, lei e io, la stessa lingua. Lo dice così: l'improvvisazione non è (solo) una tecnica, è un modo di stare al mondo e di stare in relazione. Presenza, sintonizzazione, fare musica insieme.

E poi ce n'è uno di quelli che fanno epoca: The Oxford Handbook of Improvisation in Music Therapy, curato da Colin Andrew Lee per Oxford University Press. Lee è uno che stimo: pianista, formato alla scuola Nordoff-Robbins di Londra, oggi professore in Canada, ha passato anni accanto a persone con AIDS e nelle cure palliative, e da lì ha tirato fuori un'idea che porto con me — la aesthetic music therapy, dove è la musica stessa, e non un suo surrogato, a stare al cuore del processo terapeutico. E quando una casa come Oxford dedica all'improvvisazione uno dei suoi Handbook — quei volumi corali che non escono per moda, ma quando una disciplina è ormai matura abbastanza da fermarsi e fare il punto su sé stessa — beh, è un segnale.

Detto nel nostro parlato di tutti i giorni: se ci scrivono sopra manuali interi, da Edimburgo fino a Oxford, vuol dire che la musicalità non è un orpello da musicisti vanitosi. È sostanza. È il mestiere.

Per questo, dopo tutte queste pubblicità ginniche, mi sono detto che valeva la pena prendere sul serio la domanda capovolta: e se anche per la nostra musicalità esistesse una routine? Una mezz'ora al giorno, come quella che da sempre rubo al pianoforte. Non per diventare virtuosi. Per restare funzionali. Per arrivare alla seduta con le mani e la testa libere, pronte a stare nel qui e ora di un'altra persona senza fare zavorra al flusso.

Ecco la mia piccola palestra prima dell'estate. Niente addominali scolpiti, tranquilli. Ma qualche esercizio quotidiano per il nostro bambino musicale, sì.

Per oggi io mi fermo qui. La tuta da ginnastica ce l'avete?

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