Qualche settimana fa un lettore mi ha scritto una domanda di quelle secche, che stanno in cinque parole: si può vivere di musicoterapia? Nella newsletter di luglio gli ho mandato una mezza risposta e gli ho promesso quella lunga. Eccola, con un po' di ritardo e con un avvertimento: non è la risposta che si aspettava. Non parla di tariffe e di fatturato — quella l'ho già data altrove, e la trovate in fondo. Parla di cosa fa restare le persone in questo mestiere, e cosa le fa andare via. Perché per rispondere non sono andato a cercare chi ce l'ha fatta: sono andato a cercare chi se n'è andato.
Ed è una cosa che quasi nessuno fa. Studiamo sempre i sopravvissuti — i colleghi che stanno ancora qui, che vengono ai convegni, che rispondono ai questionari. Ma chi ha appeso la chitarra al chiodo nel 2019 e adesso lavora in tutt'altro non compare in nessuna nostra statistica. E poi ci stupiamo che il ritratto venga sempre un po' ottimista.
Chi se n'è andato, e cosa ha risposto
Sara Langenberger, musicoterapeuta pediatrica al Primary Children's Hospital di Salt Lake City, ha fatto proprio questo per la sua tesi di master: ha rintracciato cento ex musicoterapeuti statunitensi e ha chiesto loro conto del lavoro che avevano scelto e poi lasciato. Il lavoro è uscito su Voices, la rivista ad accesso libero che da venticinque anni è il posto dove la musicoterapia si guarda allo specchio, e ha un titolo che è già mezzo articolo: Goodbye Yellow Brick Road (Langenberger, 2026).
Un dettaglio del metodo conta più di quanto sembri. Il questionario non è un'intervista sul vissuto: è il COPSOQ, uno strumento della medicina del lavoro, quello che si usa per misurare i rischi psicosociali in fabbrica o in ospedale. Tradotto: quelle persone non sono state trattate come vocazioni deluse, ma come lavoratori. E le domande che si fanno ai lavoratori sono domande sull'ambiente, non sul carattere.
Le risposte si addensano attorno a sei cose: poca sicurezza sul posto di lavoro, poca comunità e poco sostegno, un ruolo che nessuno intorno sa bene definire, richieste alte, poche prospettive di crescita, e l'esaurimento che arriva in fondo a questa fila.
Rileggetele con calma. Non ce n'è una che parli di talento, di vocazione o di stoffa. Sono tutte parole di struttura. E per dare un ordine di grandezza: sempre secondo quello studio, fra il 2020 e il 2021 negli Stati Uniti hanno lasciato la professione circa trecento musicoterapeuti su novemilacinquecento certificati. Non è un'emorragia, ma non è nemmeno rumore di fondo — soprattutto se pensate che quei trecento, prima di andarsene, avevano studiato e lavorato come voi.
Non è questione di carattere (e c'è una prova)
Qui però potrei fermarmi e avreste ragione a non credermi del tutto. Chi se ne va ha tutto l'interesse a raccontare che è colpa dell'ambiente: è la storia che consola. Serve un controllo dall'altra parte.
Il controllo, per una di quelle coincidenze che fanno sorridere, sta nello stesso numero della stessa rivista. Varvara Pasiali e sette suoi studenti hanno fatto un lavoro di memory work: hanno scritto i momenti significativi del loro primo tirocinio e li hanno analizzati insieme, studenti e docente come co-ricercatori, il che è già una piccola dichiarazione politica (Pasiali e colleghi, 2026).
Da lì viene fuori cosa fa crescere uno studente quando entra in reparto per la prima volta e gli trema tutto. Tre cose: la resilienza messa alla prova dal tirocinio, il costruire relazioni e reti di sostegno, e il capire come funziona il processo terapeutico e che effetto ha.
Fermatevi un secondo sulla prima, perché è quella che gioca contro di me. La resilienza è una qualità della persona — e io sto sostenendo da mezz'ora che il problema non sono le persone. Quindi diciamolo: sì, per fare questo mestiere ci vuole del fegato, e nessuno lo nega.
Ma guardate le altre due. Costruire relazioni di sostegno e capire cosa sta succedendo nella stanza non sono cose che uno si dà da solo: sono cose che gli si danno intorno, o non gli si danno. E la seconda della lista di chi se n'è andato — la mancanza di comunità e di sostegno — è esattamente il negativo della seconda di chi cresce.
E allora la conclusione viene da sé, ed è meno consolante di quanto sembri: una rete di sostegno e qualcuno con cui capire cosa è successo non servono solo mentre si impara. Servono sempre. Solo che a un certo punto nessuno te li dà più. Lo studente ha un tutor, un gruppo, un docente che gli chiede come è andata. Chi lavora da anni ha una partita IVA e il navigatore acceso.
Che cos'è la supervisione in musicoterapia?
Perché quella cosa lì — qualcuno che ti chiede come è andata e aspetta la risposta — nel nostro mestiere un nome ce l'ha, ed è poco poetico: supervisione.
Qui però devo dirvi che sono in conflitto d'interessi: fra le cose che faccio c'è anche la supervisione, quindi prendete quello che segue con le pinze — o meglio, verificatelo con qualcuno che non ci guadagna niente.
Laurie Peebles con Gretchen Chardos Benner e Molli Smith ha chiesto a trentanove musicoterapeuti che lavorano in proprio — titolari di studio o liberi professionisti — che rapporto avessero con la supervisione clinica. Il lavoro è uscito su Music Therapy Perspectives, la rivista dell'associazione americana che si occupa del mestiere più che della ricerca pura (Peebles e colleghi, 2026).
Chi ce l'ha racconta tre cose: si sente valorizzato, ha confini più chiari con il proprio supervisore, e riferisce meno esaurimento. Chi non ce l'ha, di solito, non è perché non la vuole: le due ragioni che decidono tutto sono quanto costa e quanto è accessibile.
E allora mettiamola nel modo che conviene meno a uno come me: la cosa di cui parlano quei tre studi non è un servizio, è uno sguardo. È avere qualcuno che guarda il tuo lavoro insieme a te. Che si può comprare, certo — ma si può anche costruire, e in quel caso non costa niente: tre colleghi che si vedono una sera al mese e si portano un caso a testa; un gruppo di intervisione fra pari, dove nessuno è il maestro e tutti sono lo sguardo dell'altro; venti minuti d'équipe in cui invece di passarsi le consegne ci si chiede come è andata davvero. Non è un ripiego per chi non può permettersi altro: fra le associazioni italiane c'è chi l'intervisione fra pari ce l'ha scritta nel proprio funzionamento, accanto alla supervisione.
Perché il punto non è la fattura. È che nessuno di noi vede il proprio lavoro da fuori, e quel fuori qualcuno deve prestarcelo.
E in Italia?
Qui devo essere onesto: dati italiani su chi lascia non ne esistono. Nessuno li ha raccolti. Il che è a suo modo un dato — e mi ci vuole un paragrafo per spiegarvi perché non è colpa di nessuno.
Negli Stati Uniti quei novemilacinquecento sono certificati: c'è un ente che li conta, e se te ne vai il tuo posto resta vuoto in un elenco. Da noi il conto è più difficile, perché la musicoterapia è una professione non organizzata in ordini e collegi: la disciplina la Legge 4/2013, che ha portato l'Italia da un sistema in cui o eri in un Albo o eri in un limbo, a un sistema dove esistono professioni piene e legittime anche senza Albo. Il che, sia detto chiaramente, è una buona notizia: da tredici anni non è più vero che «la musicoterapia non esiste perché non è riconosciuta». Esiste, ha una norma tecnica tutta sua — la UNI 11592:2015 — e ha associazioni professionali che rilasciano l'attestazione di qualità prevista dall'articolo 7.
Solo che iscriversi a quelle associazioni non è obbligatorio. Puoi lavorare senza iscriverti a nulla, ed è legittimo. Risultato: non sappiamo quanti siamo, e quindi a maggior ragione non sappiamo quanti se ne vanno. Gli iscritti alle associazioni si contano nell'ordine delle centinaia; i musicoterapeuti certificati secondo la norma UNI da un organismo terzo accreditato ACCREDIA, in tutta Italia, sono diciotto.
Ma c'è un punto, in questa normativa, che ho passato riga per riga scrivendo il volume sulla professione — e riguarda la supervisione.
La norma UNI 11592 mette la supervisione dentro le milleduecento ore obbligatorie di formazione. Mentre impari, qualcuno deve guardarti lavorare: è scritto nello standard, non è un consiglio.
Poi ti diplomi.
E da quel momento non esiste più nessun obbligo di supervisione per chi la musicoterapia la fa di mestiere. Nessuna norma la chiede. L'unica eccezione che ho trovato è associativa, e per capire quanto pesa serve un numero: le associazioni professionali italiane di musicoterapia che siedono nella confederazione europea sono tre. Una delle tre — Punto di Svolta, che ha sede a Villafranca di Verona — chiede ai propri iscritti sedici ore di formazione e otto ore di supervisione all'anno.
Quindi, mettendo in fila le tre ricerche e la nostra normativa: in Italia la supervisione è obbligatoria mentre impari e facoltativa mentre lavori. Esattamente al contrario di come stanno le cose — perché lo studente al primo tirocinio ha intorno un'intera struttura che lo regge, e il libero professionista, appena finita la scuola, non ha più nessuno.
Chi resta
Non serve una legge nuova. Non serve aspettare l'Albo, il CCNL, la pianta organica — cose che arriveranno o non arriveranno, e comunque non entro venerdì. E soprattutto non serve avere i soldi: se la tenuta di una professione dipende da quanto ciascuno riesce a spendere di tasca propria, quella professione ha un problema che non si chiama burnout, si chiama disuguaglianza. Serve una cosa più piccola e più noiosa: che lo sguardo di qualcun altro sul proprio lavoro torni a essere una cosa normale invece che un extra — e la versione gratuita di quello sguardo si organizza con tre telefonate.
Perché è questo il punto che mi ha colpito di più, e con cui vi lascio.
Nella newsletter di luglio avevo scritto che chi resta non è più coraggioso di chi se n'è andato. Rileggendo questi tre lavori uno dietro l'altro mi sembra ancora più vero, e vorrei dirlo meglio: se siete ancora qui, molto probabilmente non è perché avete retto meglio. È perché qualcuno vi ha retto — un'équipe che vi ha fatto spazio, un contratto un po' meno acrobatico, un collega con cui riderci sopra il venerdì sera, qualcuno che vi ha chiesto come è andata e ha aspettato la risposta.
E se è così, allora la domanda giusta non è più «come faccio a resistere?».
Sono due: chi chiamereste voi, e chi chiamerebbe voi?
Fonti
- Caneva, P. A. (2026). Professione musicoterapeuta in Italia. Quadro normativo, standard qualitativi e prospettive future. Licenza CC BY-NC-SA 4.0. Scaricabile gratuitamente
- Langenberger, S. (2026). Goodbye Yellow Brick Road: A descriptive, cross-sectional study of former music therapists' workplace attitudes. Voices: A World Forum for Music Therapy, 26(2). https://doi.org/10.15845/voices.v26i2.4702
- Pasiali, V., Jenkins, C., Kornmayer, G., Stafford, M., Moore, K., Cannady, M., Crate, N., & McGinnis, A. (2026). Significant moments of undergraduate music therapy students: A memory work project. Voices: A World Forum for Music Therapy, 26(2). https://doi.org/10.15845/voices.v26i2.4563
- Peebles, L., Benner, G. C., & Smith, M. (2026). An examination of the role of clinical supervision in music therapy private practice: A descriptive analysis. Music Therapy Perspectives, 44(1), miag002. https://doi.org/10.1093/mtp/miag002
- Legge 14 gennaio 2013, n. 4 — Disposizioni in materia di professioni non organizzate in ordini e collegi. Gazzetta Ufficiale n. 22 del 26 gennaio 2013.
- UNI 11592:2015 — Attività professionali non regolamentate. Figure professionali operanti nel campo delle Arti Terapie. Requisiti di conoscenza, abilità e competenza.