L'8 agosto, in piena estate, entra in vigore un decreto. La parte che ci riguarda sta all'articolo 6, in un testo che nel titolo parla di pubblica amministrazione, di enti territoriali e di protezione civile: non proprio il posto dove si va a cercare la musicoterapia. Il 5 ottobre viene convertito in legge, e in queste settimane si comincia a ragionare su che cosa cambi davvero.
Ecco che cosa dice. Dall'8 agosto i conservatori non rilasciano più «diplomi accademici di primo e secondo livello». Rilasciano «lauree e lauree magistrali». Lo stabilisce il decreto-legge 7 agosto 2026, n. 144, convertito dalla legge 5 ottobre 2026, n. 174. Il decreto cambia le parole della legge sull'Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica, l'AFAM, e chiede di leggere così anche le norme già in vigore. Vale anche per noi: il biennio in Teorie e tecniche in musicoterapia, che oggi si studia in sedici conservatori, rilascia una laurea magistrale.
Che cosa cambia, allora? Lo dice il Governo stesso, nella relazione che accompagna il decreto: la norma «non modifica il percorso formativo, né i requisiti curricolari, ma interviene sulla sola denominazione del titolo».
La sola denominazione. Il nome, e nient'altro. Su quel «nient'altro» vale la pena fermarsi.
Che cosa significa un nome?
Il gesto è antichissimo. Nelle Institutiones, il manuale di diritto pubblicato nel 533, l'imperatore Giustiniano racconta di aver trovato una «donazione prima delle nozze» che il suo predecessore aveva già permesso di aumentare anche a matrimonio celebrato. Il nome, scrive, era rimasto inadatto. E allora fa un passo in più: da quel momento quella donazione si potrà fare anche dopo le nozze, e si chiamerà «donazione a causa delle nozze». Il motivo lo dichiara lui stesso: aveva cura che i nomi fossero conseguenti alle cose (consequentia nomina rebus esse studentes, Institutiones 2.7.3). Più di sette secoli dopo la stessa idea torna in Dante, nella Vita nuova, come una massima: Nomina sunt consequentia rerum.
Il decreto di agosto ripete metà di quel gesto: la cosa non la tocca, cambia solo il nome. La cosa c'era già, un biennio con i suoi esami, il suo tirocinio, la sua tesi. Il nome arriva dopo, a rincorrerla.
Ma se la cosa era già quella, il nome conta davvero? Giulietta, dal balcone, risponderebbe di no: «What's in a name? That which we call a rose / By any other word would smell as sweet» (Shakespeare, Romeo and Juliet, II.2). La rosa profuma con qualunque nome, e Romeo resterebbe perfetto anche «senza quel titolo». Bellissimo. Peccato che tutta la tragedia nasca proprio da un nome.
E qualche volta la rosa il suo nome se lo tiene. Nel 1999 la legge di riforma dichiarava i conservatori «trasformati in Istituti superiori di studi musicali e coreutici». Quasi ventisette anni dopo li chiamiamo ancora tutti conservatori. Io per primo, in queste righe.
Sul peso di un nome, del resto, ci ho passato una vita. L'ho confessato dal palco di un TEDx, nel giugno del 2025: «dopo 35 anni che faccio questo mestiere, ancora non so spiegarvi cos'è la musicoterapia. Ma so raccontarvi cosa significa passare una vita a cercare di diventare una parola». E che parola! Presuntuosa, perché tiene insieme due galassie, la musica e la terapia. E rovescia: la fisioterapia è la terapia del corpo, ma la musicoterapia non è la terapia della musica. Per tanto tempo, dentro quella parola, mi sono sentito né musicista serio, né terapeuta vero.
Un nome ci definisce, ci vincola o ci incornicia?
Kenneth Bruscia, uno dei maestri della musicoterapia americana, alle definizioni della nostra disciplina ha dedicato un libro intero, e ne ha messe in fila più di cento. Lo dice senza giri di parole: «ogni definizione della musicoterapia pone dei confini al campo» (Bruscia, 2014, p. 5). E quei confini servono. Dicono quali obiettivi e quali metodi sono legittimi, permettono di costruire i percorsi di formazione e i requisiti per ottenere una qualifica, proteggono le persone con cui lavoriamo, perché segnano i limiti di chi le accompagna. Una definizione vincola, sì: anche a rispondere di quello che facciamo. Un nome è un'altra cosa: è più corto, e dice molto meno.
Poi Bruscia si fa una domanda quasi ironica: non saremo un po' ossessionati dal definire chi siamo? Riprende da Gary Ansdell l'espressione definition anxiety, l'ansia da definizione: forse non ci sentiamo abbastanza legittimi finché non troviamo le parole giuste. E le mette accanto il contrario, la definition phobia, la paura di qualunque parola che metta un confine a ciò che facciamo (p. 7). Nel mio TEDx ci sono tutte e due: trentacinque anni a cercare la parola giusta e, alla fine, l'invito ad andare oltre il limite delle definizioni rigide, ad abitare il TRA.
E la cornice? Una cornice non dipinge il quadro. Però lo tiene insieme e lo fa vedere a chi passa: una famiglia, un medico che legge un curriculum, un'équipe che deve capire con chi sta lavorando. Il quadro, intanto, resta un'altra cosa. Lo dicevo già nell'episodio #06 del podcast: noi SIAMO qualcosa di diverso e di meglio da ciò che FACCIAMO. E, aggiungerei oggi, anche da come ci chiamano.
E allora un nome non cambia niente? Non direi. Un nome non dice chi siamo né che cosa facciamo. Però decide dove possiamo entrare: in quale bando, in quale graduatoria, in quale casella di un modulo. E per chi usciva da un conservatorio, per più di vent'anni, la casella giusta spesso non c'era.
Fino a ieri, che cosa voleva dire «il mio titolo è una laurea»?
Voleva dire spiegare. Filippo Sica, responsabile AFAM della FLC CGIL di Napoli, che ha commentato il decreto sulla rivista Articolo 33, scrive che con il nome nuovo chi studia nell'AFAM potrà presentare il proprio percorso «senza dover continuamente spiegare che gli studi compiuti appartengono allo stesso livello della formazione superiore».
Per capire perché, basta guardare le parole delle leggi.
Fino a quest'estate, nelle norme, la parola «laurea» non compare mai come nome dei titoli dei conservatori. La legge di riforma del 1999 parla di «specifici diplomi accademici di primo e secondo livello»: un nome che li tiene distinti da quelli dell'università. «Laurea» compare solo come termine di paragone, e sempre con un limite. Nel 2002 i vecchi diplomi di conservatorio, insieme alla maturità, sono «equiparati alle lauree», ma «ai fini dell'accesso ai pubblici concorsi». Nel 2012 i diplomi accademici diventano «equipollenti» alle lauree, ma «al fine esclusivo» dei concorsi pubblici (e, per il primo livello, dell'accesso alle lauree magistrali). E per i conservatori la laurea magistrale di riferimento è una sola, qualunque sia il biennio: quella in Musicologia e beni musicali. Anche per chi ha studiato musicoterapia.
In pratica? Qualche esempio, fra quelli documentati.
- Nei concorsi. Nel 2021 una selezione interna di un ministero esclude due dipendenti diplomati in un'Accademia di Belle Arti: il loro titolo è «non in linea» con il bando. Li riammette il TAR del Lazio, con una sentenza del 2022. Un'accademia, non un conservatorio: ma la legge che li riguarda è la stessa.
- Nella pensione. Riscattare gli anni di un vecchio diploma di conservatorio come quelli di una laurea: l'INPS lo chiarisce con una circolare nell'agosto del 2020.
- All'estero. La relazione al decreto lo ammette: il nome «diploma accademico» ha generato «disparità nel riconoscimento internazionale, difficoltà nelle procedure di mobilità Erasmus+, ambiguità nei concorsi pubblici, contenzioso interpretativo».
Il nome nuovo, del resto, l'hanno chiesto in tanti. Per il 19 dicembre 2023 le consulte degli studenti dei conservatori e delle accademie hanno indetto una mobilitazione a Roma, con uno slogan: «Arte a regola di laurea». Nel 2024 l'hanno chiesto alla Camera un'associazione e un sindacato dei docenti AFAM. In uno di quei documenti, il contributo del sindacato UNAMS, si legge che gli studenti, «proprio per la differente denominazione», si trovano a subire discriminazioni «sulla base di fuorvianti interpretazioni del dettato letterale».
E non era la prima volta che si cambiava una parola sola: nel 2021 un decreto-legge aveva già trasformato la «formazione alla ricerca» delle istituzioni AFAM in «dottorato di ricerca».
E chi studiava musicoterapia?
Per noi la storia del nome è ancora più intricata. Mettiamo in fila i nomi e le tappe che, in vent'anni, ha attraversato il biennio di musicoterapia del Conservatorio di Verona:
1. 2005, nell'allegato al decreto che lo autorizza, il sottotitolo: «Corso Biennale per la Formazione di Operatori Musicali per il Benessere»; 2. 2005, il titolo: «diploma di specializzazione in Musicoterapia»; 3. 2020: per legge, quel diploma diventa equipollente a un diploma accademico di secondo livello; 4. 2021: il biennio diventa un corso ordinamentale come gli altri, e il titolo prende il nome di diploma accademico di secondo livello in Teorie e tecniche in musicoterapia; 5. 2026: laurea magistrale.
Il punto dolente sta fra la seconda e la terza tappa. Nel 2016 un regolamento ridisegna le classi di concorso per l'insegnamento, e i titoli che danno accesso li elenca per nome. Nella tabella compare un «DA-Musicoterapia»: un diploma accademico di secondo livello. Il diploma di specializzazione di Verona e dell'Aquila, no. Un nome diverso, e una porta che restava chiusa.
La porta si apre nell'estate del 2020: la legge 17 luglio 2020, n. 77 rende quei diplomi «equipollenti, anche ai fini concorsuali, ai diplomi accademici di secondo livello». Il 18 luglio il Conservatorio dell'Aquila consegna in presenza i suoi diplomi di specializzazione in musicoterapia, e nel comunicato parla di una «querelle» durata oltre un decennio.
Da dove comincia la riforma dei conservatori?
Da quella legge di fine millennio che abbiamo già incontrato: la legge 21 dicembre 1999, n. 508. Con quella legge i conservatori entrano nel «sistema dell'alta formazione e specializzazione artistica e musicale». Diventano «sedi primarie di alta formazione, di specializzazione e di ricerca», con una loro autonomia, anche didattica e scientifica. E rilasciano titoli nuovi, su due livelli.
Quella legge, però, rimanda quasi tutto a regolamenti successivi. Per anni i decreti del Ministero si aprono con lo stesso ritornello: i conservatori sono autorizzati ad attivare corsi sperimentali «in attesa della definizione dei nuovi ordinamenti». I trienni hanno i loro ordinamenti nel 2009; gli ordinamenti dei bienni arrivano nel 2018. Quest'estate il Ministero ha scritto che il decreto completa il percorso di riforma del sistema AFAM, «atteso da oltre 25 anni». E i Servizi Studi del Parlamento scrivono che l'attuazione «è stata lunga e complessa, e restano questioni tuttora aperte».
Che cosa ha significato? Che il conservatorio non era più soltanto il luogo dove si diventa musicisti, ma anche un luogo di ricerca. E dove si fa ricerca c'è posto per le domande nuove: anche per la musicoterapia.
La musicoterapia nasce nei conservatori riformati?
Quasi. Le prime esperienze arrivano un passo prima della legge: nel 1998 a Foggia, con un corso propedeutico, e nel 1999 a Pescara, con un corso superiore sperimentale che conteneva un percorso di musicoterapia. Piccoli segnali, legati a una persona, a un direttore, a una stagione. I titoli, invece, nascono dentro la riforma. E la storia del biennio, quello che oggi rilascia una laurea magistrale, parte da Verona, insieme all'Aquila.
A Verona, al Conservatorio, si comincia a parlare di musicoterapia nella primavera del 1999, quando la legge 508 non c'è ancora. Seguono anni di progetti con l'Università e una prima bozza di percorso formativo. Nel 2004 il Conservatorio sonda al Ministero la possibilità di un percorso sperimentale di musicoterapia. Il 20 ottobre 2005 Verona e L'Aquila vengono convocate insieme davanti al Consiglio Nazionale per l'Alta Formazione Artistica e Musicale.
Il 23 novembre 2005 il decreto ministeriale 484 autorizza il Conservatorio di Verona, insieme all'Università, ad attivare il biennio sperimentale per il diploma di specializzazione in musicoterapia. E quel decreto poggia proprio sulla legge 508: la sperimentazione, vi si legge, «risponde alle specifiche previsioni dell'art. 2 della legge n. 508/99 di incentivazione delle collaborazioni delle istituzioni del settore artistico e musicale con le Università».
Poi vengono sedici anni di sperimentazione e altre sedi, fino al decreto ministeriale 2905 del 2021, che fa del biennio un corso ordinamentale. Oggi le sedi vanno da Milano a Trapani.
Che cosa resta da fare?
Prima di tutto una domanda: e chi si è diplomato prima? La legge cambia il nome dei titoli e il modo di leggere le norme, ma non contiene una regola esplicita per i titoli già rilasciati. E il Ministero, finora, non ha chiarito.
Poi i cantieri che conosciamo. Manca un triennio ordinamentale di musicoterapia. La professione resta fra quelle non organizzate in ordini o collegi, dentro la legge 4 del 2013. E per tutto il sistema AFAM Sica indica i «tasselli» ancora da completare: consolidare i dottorati, attuare l'abilitazione e il reclutamento, valorizzare il personale, garantire il diritto allo studio e costruire continuità nella formazione artistica.
E c'è una cosa che nessun decreto può rinominare: il lavoro. Il titolo dice dove abbiamo studiato. Il mestiere si vede altrove: nell'équipe in cui entriamo, negli obiettivi che condividiamo, nel rigore con cui osserviamo e valutiamo. Lì il nome sulla pergamena conta poco.
E allora, come si chiama?
Sul nome del mio mestiere si discute da sempre: musicoterapista o musicoterapeuta? Sul nome del titolo di chi lo studia, da quest'estate, la legge ha deciso: laurea magistrale.
Sul mestiere, invece, la penso come nell'episodio #06: nessuno È musicoterapeuta. Qualcuno, ogni giorno, la musicoterapia la FA. E chi la studia in conservatorio, da quest'estate, ne esce con una laurea in tasca.
Le traduzioni delle citazioni da fonti inglesi e latine sono nostre.
Fonti
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- ANDA, Associazione docenti AFAM. (2024, 26 marzo). Memoria sull'atto del Governo n. 131 (modifiche al D.P.R. 212/2005) [memoria depositata presso la VII Commissione della Camera dei deputati]. https://documenti.camera.it/leg19/documentiAcquisiti/COM07/Audizioni/leg19.com07.Audizioni.Memoria.PUBBLICO.ideGes.34098.25-03-2024-14-51-17.945.pdf
- Bruscia, K. E. (2014). Defining music therapy (3ª ed.). Barcelona Publishers. https://barcelonapublishers.com/defining-music-therapy-3rd-edition
- Camera dei deputati. (2026). Disegno di legge A.C. 3083, conversione in legge del decreto-legge 7 agosto 2026, n. 144 [relazione illustrativa, pp. 20–21]. https://documenti.camera.it/apps/commonServices/getDocumento.ashx?sezione=lavori&tipoDoc=testo_pdl_pdf&idlegislatura=19&codice=leg.19.pdl.camera.3083.19PDL0211870
- CNSI & CPCSAI, Conferenze nazionali dei presidenti delle Consulte degli studenti. (2023, 16 dicembre). Arte a regola di laurea – Dignità per il titolo AFAM [comunicato stampa]. https://www.accademiadiurbino.it/site/wp-content/uploads/comunicato_stampa_mobilitazionestudentesca.pdf
- Conservatorio di musica «A. Casella» dell'Aquila. (2020, 22 luglio). 18/7: Diplomi di specializzazione in Musicoterapia [comunicato]. https://www.consaq.it/37-18-7-diplomi-di-specializzazione-in-musicoterapia.html
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- Sica, F. (2026). Lauree AFAM: il nome giusto, i tasselli mancanti. Articolo 33, (10). https://www.articolotrentatre.it/rivista/ottobre-2026/lauree-afam-giusto-tasselli-mancanti
- Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, Sezione III. (2022). Sentenza n. 14047/2022, pubblicata il 29 ottobre 2022 [copia pubblicata da Il Sole 24 Ore]. https://i2.res.24o.it/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/QUOTIDIANI_VERTICALI/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2022/11/17/sentenza%20TAR%20Lazio%2014047_2022.pdf