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Pensiero / Il mestiere

Chi l'ha vista? Una fotografia della Community Music Therapy in Italia, otto anni dopo


A tutti, credo, capita di aprire un file, focalizzarsi su un argomento… scrivere cose… magari anche un libro e poi, per mille motivi, mettere in pausa l'interesse e convogliare le proprie energie verso altre tematiche e quasi dimenticarsi di ciò che precedentemente nella nostra vita ci aveva tanto occupato.

È ciò che mi è accaduto con la Community Music Therapy: nel 2018 insieme a Stefania Mattiello ho pubblicato un volume dal titolo Community Music Therapy. Itinerari, principi e pratiche per un'altra musicoterapia, uscito per FrancoAngeli. Grande entusiasmo, grande ritorno di interesse dal mondo della musicoterapia italiana che non aveva ancora dimestichezza con quella realtà, e la cosa si è fermata lì.

Poi quando meno te lo aspetti accade qualche cosa e ti ritrovi a reimmergerti in quella dimensione… quando meno te lo aspetti ti invitano ad un convegno proprio per parlare di Community Music Therapy e quello diventa il pretesto per rimettere mano ad un lavoro fermo da otto anni e rilanciare.

Grazie all'opportunità di L'AquilARTHE ho deciso di aggiornare la mappa che avevamo messo nel nostro libro. Nessuno infatti, noi per primi, era tornato a contare.

Bene: sono felice di annunciarvi che è online la nuova mappa, aggiornata a oggi, qui: il censimento della Community Music Therapy in Italia.

E la risposta breve, in numeri, è questa: oggi in Italia ci sono almeno 168 realtà in cui persone con disabilità, con sofferenza psichica o con altre fragilità fanno musica insieme ad altri e la portano fuori, con una traccia datata dal 2024 in poi. Quarantacinque stanno al Sud e nelle isole. Nel 2018 erano due.

Se il nome Community Music Therapy vi suona nuovo, ne avevo parlato in una vecchia puntata del podcast. Qui provo a raccontarvi dove la si trova.

Com'è nata questa mappa?

La mappa del libro del 2018 conteneva 63 realtà italiane fra orchestre, band, cori e rassegne.

Riaprire il file ha voluto dire riprendere le 63 realtà una per una, cercando una traccia datata, e cercare quelle nuove regione per regione. Il criterio è questo: «un gruppo stabile in cui persone con disabilità, con sofferenza psichica o con altre fragilità fanno musica insieme ad altri e la portano fuori». E per dirla attiva serve una traccia datata dal 2024 in poi: vale anche l'annuncio di un concerto, una prova documentata o un elenco che la dà per attiva.

Delle 63 del libro, 32 hanno una traccia dal 2024. Delle altre 30 non si trovano tracce recenti: alcune avranno chiuso, altre suonano senza lasciare traccia sul web, e da una scrivania non si distingue. (Il conto fa 62 perché la sessantatreesima, Sistema italiano, è una rete nazionale e non sta in una regione.) Sono loro i miei «Chi l'ha visto?»: a sparire non sono i gruppi, è la loro traccia sul web.

Accanto a queste ci sono 136 gruppi che nel libro non c'erano. Alcuni sono nati dopo. Altri c'erano già, e noi non li avevamo visti: è la parte più scomoda da ammettere.

Il totale fa 168 realtà attive oggi. Nell'elenco completo i nomi sono 263, perché ci sono anche quelle senza tracce recenti, le rassegne e i cerchi. Contando anche rassegne e cerchi, fra le realtà con una traccia dal 2024 i cori sono 71, le orchestre 48 e le band 44; poi vengono 17 rassegne, 5 laboratori e 3 cerchi.

Che cosa è cambiato al Sud?

Nel 2018 quattro realtà su cinque stavano al Nord, e il Sud era praticamente assente. Oggi 45 realtà attive su 168, più di una su quattro, stanno al Sud e nelle isole (seguendo le ripartizioni ISTAT, che mettono al Sud anche Abruzzo e Molise). La Campania passa da una a dodici, l'Abruzzo da zero a sette, la Sicilia da zero a otto, la Sardegna da zero a quattro. Si muove anche il resto d'Italia: la Lombardia passa da 19 a 26, la Toscana da 2 a 15, il Trentino-Alto Adige da 2 a 8.

Visto che il censimento è nato all'Aquila, l'Abruzzo si merita due righe in più. Tre dei suoi gruppi hanno in comune un tratto che qui è particolarmente netto: un coro di persone fragili che canta insieme a un coro della città. All'Aquila la Corale 24, nata in un centro diurno, canta con L'Aquila Incanto. A Vasto L'Ottava Nota dell'Anffas, coordinata da una musicoterapeuta, canta con I Cantori della Torre. A Teramo il coro Mani Bianche canta con le voci bianche della città.

Non è il gruppo che sale da solo su un palco: è la comunità che lo accoglie sul suo.

Il musicoterapeuta e studioso norvegese Brynjulf Stige lo chiedeva già nel 2002: chi fa Community Music Therapy deve guardare le tradizioni musicali amatoriali del luogo in cui lavora, perché sono «il capitale culturale e sociale della comunità». Il coro della città che accoglie il coro del centro diurno è esattamente quel capitale. Un musicoterapeuta che volesse lavorare in quella comunità dovrebbe partire da lì.

Ma sono tutte Community Music Therapy?

Un primo dato ve lo do subito: in tutta la mappa nessun gruppo si definisce Community Music Therapy. Il nome circola: in un convegno, in un'offerta, in una tesi, in un annuncio. Ma chi suona continua a non usarlo per sé. Nel 2018 nessuno lo diceva; oggi lo dice chi ne scrive, ma non chi lo fa. Forse c'entra anche una scelta che abbiamo fatto nel libro: non tradurre il nome, per non perdere la parola che contava, comunità. Otto anni dopo, fra chi suona, il nome è rimasto straniero.

E allora la domanda va fatta, perché qualcuno se la sta già facendo: ha senso mettere nella stessa mappa il coro di un centro diurno, un'orchestra di Esagramma e una band di quartiere? Sono tutte Community Music Therapy?

No, e il censimento lo dice con un numero. Fra i gruppi attivi, in trentaquattro lavora o ha lavorato un musicoterapeuta documentato. In ventotto non risulta. Negli altri non lo sappiamo.

Per questo la mappa non ve la presento come un elenco di Community Music Therapy, ma come tre anelli, uno dentro l'altro. Al centro ci sono i gruppi in cui lavora un musicoterapeuta: la Community Music Therapy in senso stretto. Intorno ci sono i gruppi di persone con disabilità o con sofferenza psichica che fanno musica insieme senza un musicoterapeuta, o dove non ne abbiamo trovato traccia: è il territorio che condividiamo con la pedagogia. Sul bordo, dove la fragilità è solo sociale, come nelle orchestre nate dal modello venezuelano, siamo già nella Community Music.

La mappa serve a questo: a vedere dove la musicoterapia c'è già, dove potrebbe esserci e dove confina con altro.

C'è poi una colonna che nel 2018 non avevamo previsto. Il criterio del nostro libro era il palco; oggi nella mappa ci sono anche i cerchi: drum circle, circle singing, body music, pratiche in cui non c'è pubblico e il cerchio è la comunità. Con una traccia dal 2024, per ora, ne ho trovati appena tre. Anche loro starebbero su più anelli: in alcuni conduce un musicoterapeuta, in altri no, e gran parte di queste pratiche non si chiama musicoterapia. Il che ci riporta dritti alla domanda di sempre, «è musicoterapia?». Scommetto che ve la state rifacendo adesso, mentre leggete.

Chi applaude, perché applaude?

C'è anche una domanda nuova, e riguarda il palco. Portare le persone sul palco era la nostra conquista: dal contesto protetto alla piazza. Oggi dobbiamo chiederci anche che cosa vede chi sta in platea. Applaude un'orchestra perché suona, o perché «sono bravi, nonostante tutto»?

È la domanda che ci fanno i disability studies, e non ha una risposta data una volta per tutte.

Non so come abbia applaudito, sabato mattina a Trento, al convegno «La Musica che Accoglie», la sala del Buonconsiglio: io non c'ero ancora. Ma la domanda, in quella platea, c'era di sicuro: c'è in ogni sala dove sale uno dei gruppi di questa mappa. La mappa dice chi suona; come lo ascoltiamo resta compito nostro.

Che cosa manca nella mappa?

Come ogni ricerca, anche questa ha dei limiti, e vanno dichiarati. Il web non è il mondo. Facebook e Instagram, salvo un'eccezione, non li ho letti, e non ho telefonato a nessuno. Nord e Sud li ho cercati con gli stessi metodi, ma restano zone scoperte: al Nord le band dei servizi di salute mentale, al Sud la Calabria e la Basilicata.

Oggi, cercando da una scrivania, ho trovato 168 realtà attive. E sono sicuro di averne perse.

Come si segnala un gruppo che manca?

Che cosa non è cambiato, in otto anni? Che la porta non si apre da sola. Ogni realtà di questa mappa, quelle del 2018 e quelle di oggi, esiste perché qualcuno ha aperto una porta e una comunità ha accettato di farsi aprire.

Fabio Dovigo, pedagogista, nel 2017 ha curato con Rossi e Sciammarella per FrancoAngeli Tutta un'altra musica, un libro sui laboratori musicali integrati di AllegroModerato in pediatria. Nel suo capitolo, dedicato all'approccio della musicoterapia di comunità, ricorda che per Derrida la parola chiave della convivenza non è comunità ma ospitalità: perché ogni comunità, anche la più accogliente, ha un dentro e un fuori. Il coro della città che fa cantare con sé il coro del centro diurno non ha smesso di essere un coro della città: ha aperto la porta. Ed è un lavoro che non finisce, perché ogni anno c'è qualcuno di nuovo sulla soglia.

Cosa vi chiedo

Il censimento, in fondo, è anche questo: una porta. Quindi vi chiedo una cosa concreta. Aprite la mappa, toccate la vostra regione e guardate chi c'è. Se conoscete un'orchestra, un coro, una band, una rassegna o un cerchio, che si chiami musicoterapia o no, e sulla mappa non c'è, scrivetemelo: paolo.caneva@conservatorioverona.it. Valgono anche le correzioni: se un gruppo che conoscete è segnato «senza tracce recenti» e invece suona, ditemelo, meglio se con un link a una traccia datata. Il censimento resta aperto e si aggiorna con le segnalazioni.

Nel 2018 sessantatré realtà stavano facendo, in senso stretto o largo, Community Music Therapy senza saperlo. Non ho nessun motivo di credere che oggi siano di meno, e ho qualche motivo di credere che siano molte di più.

La mappa è lì. La porta, come all'Aquila, la lascio aperta.

Fonti

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