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Pensiero / Il mestiere

Musicoterapia in incubatrice: funziona davvero con i bambini prematuri?


Una terapia intensiva neonatale non è un posto silenzioso: allarmi, pompe, ventilatori, le voci degli operatori che si passano le consegne. Il primo paesaggio sonoro di un bambino nato a ventotto settimane è fatto di macchine. Poi arriva sua madre, si siede accanto all'incubatrice, guarda quel corpo di novecento grammi attraversato da fili e non sa cosa fare con la propria voce: le hanno detto che parlargli fa bene, ma le sembra ridicolo, o forse solo troppo intimo per un posto pieno di gente. Così sta in silenzio.

Ecco: la musicoterapia in terapia intensiva neonatale serve prima di tutto a rompere quel silenzio lì.

Funziona davvero?

Sì — ma per quello che fa, non per quello che ci piacerebbe che facesse. E vale la pena essere precisi, perché su questo tema le promesse abbondano.

Lo studio più grande mai fatto si chiama LongSTEP: cinque paesi, terapie intensive neonatali di terzo e quarto livello, i genitori che cantano al proprio bambino sostenuti da un musicoterapeuta. La domanda era grossa — migliora il legame tra genitore e bambino? La risposta, a sei e a dodici mesi, è stata no, non in modo significativo (Ghetti e colleghi, 2023); e un'analisi successiva sullo sviluppo neurologico a ventiquattro mesi non ha trovato effetti nemmeno lì (Bieleninik e colleghi, 2024). E sono gli stessi ricercatori, in una riflessione di quest'anno, a spiegare perché su questi esiti le prove restano sfuggenti: l'orecchio di un prematuro non è quello di un neonato a termine, l'acustica del reparto lavora contro, i protocolli degli studi sono disomogenei e le condizioni cliniche costringono a cambiare in corsa (Giordano e colleghi, 2026).

Uno studio così onesto vale più di dieci entusiasmi. E dice una cosa che dovremmo dirci più spesso: cantare a un bambino prematuro non gli cambia il quoziente intellettivo, e chi ve lo promette vi sta vendendo qualcosa.

Quello che invece si misura, e si misura bene, sta molto più vicino: nel presente — il dolore delle procedure, la stabilità dei parametri vitali, l'ansia dei genitori.

Lo studio che ha aperto la strada è del 2013: duecentosettantadue neonati sotto le trentadue settimane, tre proposte dal vivo — la ninna nanna scelta dai genitori e cantata dal vivo, e due strumenti scelti per quello che imitano: un tamburo a fessura, due suoni a distanza di terza minore, e un ocean drum, che rifà il rumore dei liquidi del grembo. Il canto e il tamburo hanno abbassato la frequenza cardiaca, l'ocean drum sincronizzato al respiro ha migliorato il sonno, tutti e tre hanno ridotto lo stress percepito dai genitori (Loewy e colleghi, 2013). Un lavoro di quest'anno racconta invece il ciuccio che fa partire la ninna nanna registrata da sua madre quando il bambino succhia, usato durante gli esami per la retinopatia del prematuro: su venticinque bambini, frequenza cardiaca, saturazione, respiro e dolore tornavano verso i valori di partenza dopo cinque minuti (Crouse e colleghi, 2026).

Cinque minuti non sono poco, perché lì il dolore si somma un prelievo alla volta: fra sette e diciassette procedure invasive al giorno, che per certi bambini continuano per mesi consecutivi (Cruz e colleghi, 2016).

E allora perché farla?

Perché l'obiettivo, qui, non è il bambino "migliorato": è il presente — meno dolore, più stabilità, e dei genitori che smettono di essere spettatori. Vale in tutti i nostri contesti, ma qui è scoperto: gli obiettivi si dichiarano prima. Se dico che voglio ridurre lo stress durante una procedura, so anche come misurarlo. Se dico che voglio "creare un legame", ho detto una cosa bellissima che nessuno può verificare — e infatti, quando qualcuno l'ha misurata sul serio, il risultato è stato prudente.

Chi la fa, e con chi

Non un musicoterapeuta che arriva con la chitarra e improvvisa. Un'esperienza italiana pubblicata quest'anno lo mostra bene: in una terapia intensiva neonatale di terzo livello la musicoterapia dal vivo non è arrivata come novità isolata, ma si è innestata su un programma che già esisteva — tocco positivo, kangaroo care, babywearing — con un musicoterapeuta certificato per la neonatologia accanto a una consulente infermieristica, e un'associazione di genitori a finanziare il progetto (Buonomo e colleghi, 2026). C'è già tutto: l'équipe, la formazione specifica, gli obiettivi condivisi.

E da noi non è più un caso isolato: al Miulli di Acquaviva la voce di mamma e papà è entrata nelle incubatrici questa estate; la terapia intensiva neonatale del Del Ponte di Varese fa musicoterapia da quindici anni ed è ormai un riferimento internazionale; a Rimini un'associazione di genitori ha portato la musicoterapia in reparto con una colletta pubblica, e sia lì sia a Parma i progetti sono finanziati su tempi lunghi — cinque e sei anni, che in questo campo è una rarità; al Moscati di Avellino uno studio pilota randomizzato sul canto a bocca chiusa dei genitori durante le procedure dolorose è nato da un'idea di ricerca della musicoterapeuta Marina Elizabeth Caputo, accolta dal primario e sostenuta poi da tutto il reparto. E sono stati Varese, Rimini, Parma e Avellino a portare al congresso mondiale di Bologna la prima tavola rotonda italiana dedicata all'argomento. Che l'Italia in questo campo abbia una voce lo dice anche il volume internazionale sulla musicoterapia in TIN, dove il capitolo italiano è firmato da chi in quel reparto ci lavora (Sgobbi & Shoemark, 2020).

La voce non si delega

In Svezia sta per partire uno studio che misurerà l'attività cerebrale della madre e del suo bambino nello stesso momento, durante un prelievo, mentre lei lo tiene pelle a pelle e gli canta: per ora è solo il protocollo, risultati non ce ne sono (Eriksson e colleghi, 2026), ma l'ipotesi è già una posizione — che la cosa che accade non accada dentro il bambino, e nemmeno dentro la madre, ma tra i due.

E se sta nel tra, allora non si delega a un altoparlante. Nessuna playlist, per quanto ben scelta, ha una voce che trema.

Non è nemmeno solo una bella immagine. Lo sappiamo dal 1980: un neonato di pochi giorni, con un ciuccio collegato a un registratore, succhia in modo da far tornare la voce di sua madre e non quella di un'altra donna (DeCasper e Fifer, 1980). Quarantacinque anni dopo la risonanza magnetica lo conferma dall'interno: se a un neonato si fa ascoltare musica cantata invece che strumentale, le aree temporali di destra si accendono di più per la voce (Loukas e colleghi, 2024) — quarantacinque neonati, trentacinque dei quali nati prematuri.

La voce umana, per un cervello appena arrivato, non è un suono fra gli altri.

È per questo che in incubatrice non portiamo la musica al bambino: restituiamo ai genitori il loro suono. In un posto dove tutto viene fatto da altri — le macchine, i medici, i tubi che li tengono in vita — è la sola cosa che possono fare soltanto loro.

Fonti

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