La Musicoterapia serve? E se non fosse così?

La musicoterapia serve?Così come sta scritto, il titolo di questo post si presta a molte interpretazioni e ad altrettante possibili risposte. Provo a restringere il campo. Quando scrivo  “la musicoterapia serve?”, nello specifico mi sto chiedendo: “c’era davvero bisogno di creare/inventare, a metà del novecento, una nuova disciplina (la musicoterapia) e una nuova figura professionale?”. Personalmente ritengo che la risposta sia no. Detto senza troppi giri di parole: non c’era bisogno di dar vita ad una nuova disciplina e ancor meno bisogno di chiamarla musicoterapia. Questo è quello che penso e nel resto del post proverò ad argomentare la mia opinione. Tradizionalmente la comparsa di un nuovo corpus di saperi e di una nuova figura professionale avviene quando si avverte la mancanza, il bisogno di pratiche e competenze fino a quel momento ritenute non necessarie o espletate da altre figure. Quello che mi chiedo a questo punto è: “la musicoterapia è una specializzazione di una precedente professione o la comparsa di una disciplina/professione completamente nuova?”. Vediamo se un esempio aiuta a far luce in questo discorso: all’inizio si è creata la professione medica e poi negli anni sono comparse le specializzazioni (cardiochirurgo, oculista, psichiatra ecc.). Tra la disciplina medicina e la disciplina cardiologia esiste una grande continuità tant’è che il prerequisito per specializzarsi è possedere la laurea in medicina. Se proviamo a spostare questo ragionamento in musicoterapia, immediatamente intuiamo che c’è qualche cosa che non funziona: per considerare la musicoterapia una specializzazione dovrebbe esistere qualche cosa prima che fa da meta contenitore disciplinare. Ammesso che questo contenitore esista, a che universo disciplinare apparterrebbe? a quello musicale o a quello clinico? Aggiungo un ulteriore elemento di riflessione. Torniamo per un momento all’inizio dell’avvento della disciplina musicoterapica “moderna”. Il tutto è partito da dei musicisti che andavano a suonare in contesti di cura. L’osservazione da parte dei clinici che i tempi di dimissione dei pazienti, ricoverati nei reparti dove questi musicisti settimanalmente suonavano, erano decisamente minori rispetto ai tempi di dimissione dei pazienti ricoverati nei reparti senza musica, fece intuire  che la “musica suonata” aveva un qualche effetto sul miglioramento dei pazienti. Se  fosse sfuggito sottolineo il particolare che a suonare erano dei musicisti mentre ad osservare, ipotizzare e a sentire il bisogno di approfondire il fenomeno erano dei clinici. In questo “momento preistorico” c’era già tutto: divisione delle competenze, ottimizzazione dei saperi in altre parole lavoro d’equipe. Poi piano piano le cose sono cambiate. Con l’intento di migliorare, controllare e gestire il fenomeno, alcuni musicisti hanno iniziato a studiare psicologia, psichiatria e tutta una serie di materie appartenenti al mondo della salute e, contemporaneamente, alcuni medici hanno pensato di appropriarsi di competenze musicali/strumentali. Il risultato (eccetto esemplari eccezioni)  nella maggiorate dei casi è stato penoso perché si è riempito il mondo di musicanti che parlano “psicologese” (quando va bene), “psicanalese” (quando va peggio) e di medici, psichiatri, psicanalisti e psicologi che strimpellano (quando va bene) o “mettono su dischi” (quando va peggio). Questo sano desiderio di approfondimento si è concretizzato a mio parere, nelle direzioni sbagliate: non era meglio se quei musicisti avessero cercato di specializzarsi “in quanto musicisti” nell’uso, la manipolazione e l’applicazione della loro competenza strumentale, vocale, compositiva e improvvisativa, magari allargando il repertorio e imparando a suonare più strumenti? Non sarebbe stato più logico creare una specializzazione dentro alla disciplina “musica”? Chissà se chiedersi “La musicoterapia serve?” è servito…

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